UnknownIn una vicenda triste e sconvolgente come quella del suicidio del 18enne barese, rinnegato dalla famiglia adottiva c’è una responsabilità che si estende alla società intera e che va al di là dell’omofobia familiare contro la quale si è scontrato il ragazzo. Come è stato giustamente fatto notare, i servizi sociali dovrebbero iniziare a indagare anche la possibilità di un “pentimento” della coppia candidata all’adozione nel caso il figlio o la figlia si scopra omosessuale o transgender. Queste misure immediate, tuttavia non devono farci dimenticare la grande emergenza che sta alla base di questi episodi: siamo di fronte a una società che ancora legittima l’omo-transfobia e che negli ultimi mesi sta vedendo una forte recrudescenza reazionaria che vuol far passare le stesse unioni civili come una sorta di “concessione necessaria” a una realtà comunque di serie B.

L’omofobia familiare ha diversi volti: alcuni genitori si chiudono in se stessi evitando ogni dialogo con i figli; molti genitori e famiglie pensano ancora di “proteggere” i propri figli e figlie distogliendoli dall’omosessualità, pensando ancora che possano “guarire” e che sia qualcosa da cui sia auspicabile guarire. Altri genitori diventano invece aggressivi, pensando che i propri figli siano “perduti”,  irrecuperabili e fonte di disonore, come sembra trasparire da quanto pubblicato dai media sul caso di Bari. In ciascuno di questi casi, tuttavia, è evidente la pesante responsabilità di chi ancora si permette di fare propaganda sulla pelle delle persone LGBTI, dalle gerarchie ecclesiastiche a quelle frange politiche che parlano di “obiezione di coscienza” dei sindaci sulle unioni civili, da chi blatera di gender nelle scuole fino a chi propone che ristoratori e fiorai dovrebbero poter rifiutare di lavorare per chi celebra un unione civile.

Siamo fermamente convinti che, molto spesso, in queste storie ci siano diverse vittime, poiché chi è vittima di ignoranza e pregiudizio tende purtroppo a trasformarsi in carnefice.

Auspichiamo che su questa vicenda si possa intervenire ai massimi livelli, dall’UNAR a MIUR: non bastano le dichiarazioni, serve un lavoro strategico che ripensi ad una strategia nazionale contro le discriminazioni delle persone LGBTI e che ponga seriamente la questione educativa in tutti i luoghi di formazione.

Mario Marco Canale

Presidente Nazionale Anddos

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Fonte: ANDDOS